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Una volta il Buddha visitò una piccola città chiamata Kesaputta nel regno di Kosala. Gli abitanti di questa città erano chiamati Kalama. Quando udirono che il Buddha si trovava nella loro città, i Kalama andarono a fargli visita e gli dissero: "Signore, ci sono alcuni eremiti e brahmana chi visitano Kesaputta. Essi spiegano e chiariscono solo le proprie dottrine, mentre disprezzano, condannano e rifiutano le dottrine degli altri, Poi vengono eremiti e altri brahmana, ed essi, a loro volta, spiegano e chiariscono solo le loro dottrine, mentre disprezzano, condannano e rifiutano le dottrine degli altri. Ma, da parte nostra, Signore, abbiamo sempre dubbi e perplessità su chi, tra questi venerabili eremiti e brahmana, dice la verità o dice il falso".
Allora il Buddha diede loro questo consiglio, unico nella: storia delle religioni: "Giusto, Kalàma, è giusto che voi abbiate dubbi e perplessità, perché sono dubbi relativi ad argomenti controversi. Ora, ascoltate, Kalama, non fatevi guidare da dicerie, tradizioni o dal sentito dire. Non fatevi guidare dall'autorità dei testi religiosi, né solo dalla logica e dall'inferenza, né dalla considerazione delle apparenze, né dal piacere della speculazione, né dalla verosimiglianza, né dall'idea "questo è il nostro maestro". Ma, o Kalàma, quando capite da soli che certe cose non sono salutari (akusala), sbagliate e cattive, allora abbandonatele ... e quando capite da soli che certe cose sono salutari (kusala) e buone, allora accettatele e seguitele" (7).
Il Buddha andò oltre. Disse ai bhikkhu che un discepolo dovrebbe sottoporre ad esame lo stesso Tathàgata' (Buddha) per convincersi pienamente del valore del proprio maestro (8).
Secondo l'insegnamento del Buddha, il dubbio (vicikiccha) è uno dei cinque impedimenti (nivarana) (9) per una chiara comprensione della Verità e per il progresso spirituale (e anzi per qualsiasi tipo di progresso), Il dubbio, tuttavia, non è un 'peccato', perché non ci sono articoli di fede nel Buddhismo. Infatti nel Buddhismo non c'è il "peccato" nel senso in cui è stato inteso da alcune religioni. La radice di tutti i mali è l'ignoranza (avijja) e la falsa visione (miccha ditthi). E' un fatto innegabile che per tutto il tempo in cui c'è dubbio, perplessità, esitazione, non è possibile alcun progresso . Allo stesso modo non si può negare che si deve rimanere nel dubbio, fintanto che non si raggiunga chiarezza di comprensione e di visione. Ma per un ulteriore progresso è assolutamente necessario liberarsi dal dubbio. Per liberarsi dal dubbio, bisogna vedere con chiarezza.
Non ha senso dire che non si devono avere dubbi o che bisogna credere. Appunto, la semplice affermazione 'lo credo' non significa raggiungere la comprensione e la consapevolezza. Quando uno studente è impegnato a risolvere un problema di matematica, arriva ad'un punto oltre il quale non sa come procedere e in cui è in dubbio e ha delle perplessità. Finché ha un dubbio non può procedere. Se vuole procedere, deve risolvere questo dubbio. E ci sono diversi modi per risolverlo.
Il solo dire 'Io credo' o 'Io non ho dubbi' certamente non risolverà il problema. Lo sforzarsi di credere e di accettare una cosa senza comprenderla, è un atteggiamento politico e non spirituale o intellettuale.
Il Buddha era sempre molto disponibile a risolvere i dubbi. Persino pochi minuti prima di morire chiese molte volte ai suoi discepoli di porgli delle domande, nel caso che avessero avuto dei dubbi sul suo insegnamento, per non dispiacersi più tardi di non poter chiarire quei dubbi. Ma i discepoli rimasero in silenzio. Quello che egli disse allora fu toccante: "Se è a causa del rispetto per il Maestro che non chiedete, allora uno di voi informi il suo amico (ovvero: che uno dica il suo dubbio all'amico, cosicché, questi possa porre la questione a nome dell'altro)" (10).
Non solo la libertà di pensiero ma anche la tolleranza permessa dal Buddha colpisce lo studioso di storia delle religioni. Una volta a Nalandà un eminente e ricco capo famiglia di nome Upàli, noto discepolo laico di Nigantha Nataputta (Jaina Mahavira), fu espressamente inviato da Mahavira in persona per incontrare il Buddha e sconfiggerlo in una discussione su certi punti della teoria del Karma, su cui il Buddha aveva opinioni diverse da quelle di Mahavira (11).
Contrariamente ad ogni aspettativa, Upàli, alla fine della discussione, fu convinto che le opinioni del Buddha I ha erano giuste e che quelle del suo maestro erano errate. Così pregò il Buddha di accettarlo come discepolo laico (Upàsaka). Il Buddha allora gli chiese di riconsiderare bene la questione e di non avere fretta, perché "il considerare le cose con attenzione è cosa buona per gli uomini rinomati come lui". Quando Upali espresse di nuovo questo suo desiderio, il Buddha lo pregò di continuare a rispettare e sostenere i suoi antichi maestri religiosi, come era solito fare (12).
Nel terzo secolo a.C. il grande imperatore buddhista dell'India Asoka, seguendo questo nobile esempio di tolleranza e comprensione, onorò e diede il suo appoggio a tutte le altre religioni del suo impero. In un suo Editto inciso su roccia, il cui originale si può leggere ancora oggi, l'imperatore dichiara: "Non si dovrebbe onorare solo la propria religione e condannare le religioni degli altri, ma si dovrebbero onorare le religioni degli altri per questo o quel motivo. Così facendo, si aiuta la propria religione a crescere e si rende un servizio anche alle religioni degli altri. Comportandosi altrimenti, si scava la tomba alla propria religione e si danneggiano le altre. Chiunque onora la propria religione e condanna le altre, lo fa di certo per devozione alla sua religione e pensa: "Voglio rendere gloria alla mia religione". Ma al contrario, così facendo, danneggia la sua religione ancor più gravemente. Pertanto la concordia è cosa buona: siate tutti disponibili ad ascoltare tutto e siate aperti alle dottrine professate dagli altri" (13).
Dovremmo qui aggiungere che questo spirito di totale comprensione dovrebbe essere oggi applicato non solo in materia di dottrine religiose, ma in ogni caso.
Questo spirito di tolleranza e comprensione è stato fin dall'inizio uno degli ideali più cari per la cultura e la civiltà buddhiste. Ecco perché la lunga storia di 2500 anni non mostra un solo esempio di persecuzione o di spargimento di sangue per convertire qualcuno o per propagandare la dottrina. Il Buddhismo si è diffuso in modo pacifico per tutto il continente asiatico e oggi conta più di 500 milioni di aderenti. La violenza in qualsiasi forma, sotto qualsiasi pretesto, è assolutamente contraria all'insegnamento del Buddha.
Una domanda è stata spesso posta: il Buddhismo è una religione o una filosofia? Non importa come voi lo definiate. Il Buddhismo rimane ciò che é, qualsiasi sia l'etichetta che gli potete apporre. L'etichetta è immateriale. Persino l'etichetta 'Buddhismo', che noi diamo all'insegnamento del Buddha, ha scarsa importanza. Il nome che si dà non è essenziale.
"Che cosa c'è in un nome? Quella che chiamiamo rosa profumerebbe con qualsiasi altro nome".
Allo stesso modo la Verità non ha bisogno di etichette: essa non è né buddhista, né cristiana, né indù o mussulmana. Non è monopolio di nessuno. Le etichette settarie irnpediscono la comprensione autonoma della Verità e generano pericolosi pregiudizi nella mente degli uomini.
Questo è vero non solo in campo intellettuale e spirituale, ma anche nelle relazioni tra gli uomini. Quando, per esempio, incontriamo un uomo, non lo guardiamo come essere umano, ma gli mettiamo un'etichetta - inglese, francese, tedesco, americano o ebreo - e lo consideriamo in base a tutti i pregiudizi che nella nostra mente associamo a quell'etichetta. Quel poveretto può essere completamente privo di quegli attributi che gli abbiamo dato.
Alla gente piacciono così tanto queste etichette distintive, che arrivano al punto di metterle alle qualità umane e ai sentimenti comuni a tutti. Così si parla di diverse 'marche' di carità, per esempio la carità buddhista o la carità cristiana, e si guarda con disprezzo ad altre 'marche' di carità. Ma la carità non può essere settaria, non è né cristiana, né buddhista, né indù o mussulmana. L'amore di una madre per il figlio non è né buddhista né cristiano: è amore materno. Le qualità umane e i sentimenti come l'amore, la carità, la compassione', la tolleranza, la pazienza, l'amicizia, il desiderio, l'odio, la cattiva volontà, l'ignoranza, la vanità ecc. non hanno bisogno di etichette settarie, non appartengono ad alcuna religione particolare.
Per chi ricerca la Verità, non è importante da dove venga un'idea. L'origine e lo sviluppo di un'idea è materia per accademici, Infatti. per comprendere la Verità non è neanche necessario sapere se l'insegnamento provenga dal Buddha o da qualcun altro. Ciò che è essenziale è vedere la cosa, non comprenderla. Lo illustra un racconto famoso del Majjhima-Nikaya (sutta n° 140).
Una volta il Buddha trascorse la notte nella capanna di un vasaio. Nella stessa capanna c'era un giovane eremita che era arrivato poco prima (14). I due non si conoscevano. li Buddha osservò l'eremita e pensò tra sé: "Questo giovane ha un modo piacevole di comportarsi. E' forse opportuno che gli rivolga qualche domanda personale". Così il Buddha gli chiese:"Monaco (15), in nome di chi hai abbandonato la casa? chi è il tuo maestro? quale dottrina ti piace?.
"Amico - rispose il giovane - "c'è l'eremita Gotama, un discendente dei Sakya, che ha lasciato la famiglia dei Sakya per diventare un eremita. Ha fama di essere un Arahant, un Pienamente Illuminato. In nome di quel beato io sono diventato un eremita. Egli è il mio Maestro e io amo la sua Dottrina".
"Dove vive ora questo Beato, Arahant, Pienamente Illuminato?"
"Nelle regioni del nord, amico, c'è una città chiamata Savatthi. là che quel Beato, Arahant, Pienamente Illuminato ora vive".
"Lo hai mai visto quel beato? E se lo vedessi, lo riconosceresti?"
"Non ho mai visto il Beato. Né lo riconoscerei, se lo vedessi".
Il Buddha capì che questo giovane sconosciuto aveva abbandonato la casa ed era diventato un eremita in nome suo. Ma senza rendere nota la sua identità disse: "Monaco, io ti insegnerò la Dottrina. Ascolta e stai attento. Io parlerò".
"Molto bene, amico" disse assentendo il giovane.
Allora il Buddha pronunciò per questo giovane il più straordinario discorso sulla Verità (il cui nocciolo sarà dato in seguito) (16).
Fu solo alla fine del discorso che il giovane eremita, che si chiamava Pukkusati, si avvide che la persona che gli stava parlando era il Buddha in persona. Si alzò allora in piedi e si portò di fronte al Buddha, si prostrò ai suoi piedi e si scusò per averlo chiamato 'amico' (17) inconsapevolmente. Poi pregò il Buddha di ordinario e di ammetterlo nell'Ordine del Sangha.
Il Buddha gli chiese se avesse già la ciotola per le elemosine e la veste. (Un bhikkhu deve avere tre vesti e la ciotola delle elemosine per mendicare il cibo). Allorché Pukkusàti rispose negativamente, il Buddha disse che i Tathagata non ordinano una persona se non sono pronte le vesti e la ciotola delle elemosine. Allora Pukkusàti si mise in cammino alla ricerca di una ciotola per elemosine e delle vesti, ma per sua disgrazia fu assalito da una mucca infuriata e morì (18).
In seguito, quando questa triste notizia raggiunse il Buddha, egli annunciò che Pukkusàti era un uomo saggio, che aveva visto la Verità, aveva già raggiunto il penultimo stadio sulla via del -Nirvana e che era rinato in uno stato in cui sarebbe diventato Arahant (19). e si sarebbe alla fine estinto
del tutto senza più ritornare in questo mondo(20).
Questa storia indica chiaramente che quando Pukkusati ascoltò il Buddha e comprese il suo insegnamento, non sapeva con chi stesse parlando né di chi fosse l'insegnamento.
Egli vide la Verità. Se la medicina è buona, la malattia viene curata. Non è necessario sapere chi l'ha preparata o da dove proviene.
La maggior parte delle religioni è basata sulla fede - una fede piuttosto 'cieca', sembrerebbe. Nel Buddhismo invece l'enfasi viene posta sul 'vedere', conoscere, comprendere e non sulla fede o sulla. credenza. Nei testi buddhisti c'è una parola, saddha (sanscrito sraddha), che si traduce con 'fede' o 'credenza'. Saddha però non è una vera propria 'fede', quanto piuttosto è la 'confidenza' nata dalla convinzione, anche se nel Buddhismo popolare e comunemente nei testi, la parola saddha contiene un elemento di "fede" nel senso di devozione al Buddha, al Dhamma (la Dottrina) e al Sangha (la Comunità dei monaci).
Secondo Asanga, il grande filosofo buddhista del IV sec. d.C., Sraddha ha tre significati: 1) convinzione piena e ferma che una cosa esista; 2) gioia serena per le buone qualità; 3) aspirazione e desiderio di raggiungere qualcosa in prospettiva (21).
Comunque venga considerata, la fede o la credenza così come è compresa dalla maggior parte delle religioni ha poco a che fare con il Buddhismo (22).Il problema di dover credere nasce quando non si vede - non si vede in ogni senso della parola. Nel momento in cui si vede chiaramente, il problema di dover credere scompare. Se io ti dico che ho una gemma preziosa nascosta nel pugno chiuso della mia mano, il problema di doverci credere sorge dal momento che tu non la puoi vedere. Ma se io dischiudo il pugno e ti mostro la gemma, allora tu la vedi con i tuoi stessi occhi e il problema di crederci non nasce più. Così dobbiamo interpretare questa frase degli antichi testi buddhisti: "Rendersi conto come fa uno quando vede una gemma (o un frutto di mirabolano) nel palmo della mano".
Un discepolo del Buddha di nome Musila disse a un altro monaco : "Amico Savittha, senza bisogno di devozione, fede o credenza (23), senza preferenze o inclinazioni, senza seguire dicerie o la tradizione, senza considerare ragioni apparenti, senza attrazione per la filosofia, io comprendo e vedo che la cessazione del divenire é il Nirvàna" (24).
E il Buddha ha detto: "Monaci, io affermo che la distruzione delle contaminazioni e delle impurità ha (significato) per una persona che comprende e che vede, e non per una persona che non comprende e non vede" (25).
Il problema è sempre quello di conoscere e vedere e non quello di credere. L'insegnamento del Buddha viene qualificato come ehi-passika, perché invita a 'venire a vedere', non a venire a credere.
Le espressioni usate ovunque nei testi buddhisti per riferirsi a persone che hanno realizzato la Verità, sono: "E' sorto l'Occhio senza polvere e senza macchia della Verità .(Dhammacakkhu)". "Egli ha visto la Verità, ha ottenuto la Verità, ha conosciuto la Verità, è penetrato nella' Verità, è 'passato oltre il dubbio, è senza tentennamenti". "Così con retta sapienza ha visto le cose così come sono (yatha bhutam)" (26). Riferendosi alla sua Illuminazione, il Buddha ha detto: "L'occhio è nato, la conoscenza è nata, la sapienza è nata, la scienza è nata, la luce è nata" (27). Si tratta sempre di espressioni che si riferiscono al vedere per mezzo della conoscenza o della sapienza (nàna-dassana).e non al credere per mezzo della fede
Questo era ancor più apprezzato in quel tempo, in cui l'ortodossia brahmanica insisteva intollerante sul dover credere e accettare ' la sua tradizione e autorità come l'unica Verità, senza porre domande. Una volta un gruppo di brahmani sapienti e assai noti andò a trovare il Buddha ed. ebbe. una lunga discussione con lui. Uno di quel gruppo, un giovane brahmano di sedici anni, chiamato Kapathika e considerato da tutti gli altri come una mente eccezionalmente brillante, pose questo problema al Buddha (28):
"Venerabile Gotama, ci sono le antiche scritture sacre dei brahmani che sono state trasmesse seguendo il filo della ininterrotta tradizione orale dei testi. In base a queste, i brahmani sono giunti a una conclusione assoluta: "Questa dottrina è la sola Verità, qualsiasi altra è falsa". Dunque che cosa dice il venerabile Gotama di questo ?"
Il Buddha chiese: "Fra i brahmani c'è qualcuno che dichiari di aver conosciuto e visto personalmente che 'Questa dottrina è la sola Verità e qualsiasi altra è falsa? " Il giovane brahmano fu franco e rispose di no. "E poi, c'è qualche singolo maestro, o un maestro di maestri brahmani, indietro fino alla settima generazione o anche uno degli autori originali di quei testi, che affermi di conoscere e vedere che: 'Questa è la sola. Verità e qualsiasi altra è falsa?'"
"No",
"Allora, questa sembra una linea di uomini ciechi, ognuno dei quali si aggrappa a quello che lo precede; il primo non vede, quello di mezzo lo stesso non vede e neanche l'ultimo vede. Mi sembra che lo stato dei brahmani è simile a quello di una fila di ciechi".
Il Buddha, quindi, diede al gruppo dei brahmani un consiglio di estrema importanza: "Non è da uomo saggio che vuole difendere (lett. proteggere) la verità giungere alla conclusione che: 'Questa'è la sola Verità e qualsiasi altra è falsa'".
Poiché il giovane brahmano gli aveva chiesto di spiegare il significato di difendere o proteggere la verità, il Buddha aggiunse:. "Un uomo ha fede. Se egli dice: .'Questa è la mia fede', fin qui egli difende la verità. Ma da questo non può arrivare alla conclusione che: 'Questa è la sola Verità e qualsiasi altra è falsa'". In altre parole, un uomo può credere in ciò che gli piace e può dire: "Io credo in questo". Fino a questo punto difende la verità. Ma egli, a causa della sua fede o credenza, non deve dire che ciò in cui crede è la sola Verità e che ogni altra è falsa.
Il Buddha dice: "Essere attaccato a una cosa (a un certo punto di vista) e disprezzare le altre (gli altri punti di vista), questo l'uomo saggio chiama legame" (29).
Una volta il Buddha spiegò la dottrina di causa ed effetto (30) ai suoi discepoli ed essi dissero di averla vista e compresa chiaramente. Allora il Buddha disse:"Bhikkhu, persino in merito a questa visione, così pura e chiara, se -vi ci aggrappate, se la vezzeggiate, se la tesaurizzate, s' vi ci attaccate, non comprendete che l'insegnamento è simile ad una zattera utile per attraversare il fiume e non come oggetto posseduto" (31).
Il Buddha spiega in altra circostanza questa famosa similitudine in cui il suo insegnamento è paragonato a una zattera
utile per attraversare l'acqua e da non trasportarsi poi. sulle spalle: "Bhikkhu, un uomo sta compiendo un viaggio. Arriva davanti a una vasta distesa d'acqua. Dalla sua parte la riva è pericolosa mentre dall'altra è sicura e senza pericolo. Nessuna barca però va verso l'altra riva, che è sicura e senza pericolo, né c'è un ponte per attraversare l'acqua. Egli allora pensa tra sé e sé: "Questa distesa d'acqua è vasta e la riva da questa parte è piena di pericoli, dall'altra parte invece è sicura e senza pericolo. Nessuna barca va verso l'altra riva e non c'è un ponte per attraversare l'acqua. Sarebbe quindi opportuno che raccogliessi erba, legno, rami e foglie per farne una zattera e che per mezzo di questa zattera attraversassi 1'acqua per raggiungere l'altra riva, al sicuro, usando mani e piedi come remi". Ed ecco che quell'uomo, bhikkhu, raccoglie erba, legno, rami e foglie e costruisce una zattera e con questa zattera attraversa l'acqua fino all'altra riva, al sicuro, usando mani e piedi come remi. Raggiunta l'altra riva, egli pensa: "Questa zattera mi è stata di grande aiuto. Grazie ad essa ho attraversato l'acqua fino a questa riva per essere al sicuro, usando mani e piedi come remi. Sarebbe bene che io portassi questa zattera sulla testa o sulla schiena ovunque vada".
"Che cosa pensate, bhikkhu , se egli agisse in questo modo, agirebbe bene riguardo alla zattera?". "No, signore." "In quale modo allora egli agirebbe bene per quel che concerne la zattera? Dopo aver attraversato ed essere andato dall'altra parte, supponete che quell'uomo pensi: "Questa zattera mi è stata di grande aiuto.. Per merito suo ho raggiunto senza pericolo questa riva, usando mani e piedi come remi. Sarebbe bene che io tirassi a secco questa zattera sulla riva o che, Pur lasciandola in acqua, la legassi e poi continuassi per la mia strada, quale essa sia." Se si comportasse in questo modo, quell'uomo agirebbe bene riguardo. a quella zattera.
"Allo stesso modo, bhikkhu, ho insegnato che la dottrina è simile a una zattera. Serve per attraversare e non per trasportarsela sulle spalle (lett. per prenderla). Voi, bhikkhu, che comprendete che l'insegnamento è simile a una zattera, voi dovreste abbandonare persino le cose (dhamma) buone e quanto più ancora dovreste abbandonare le cattive (àdhamma)" (32).
Da questa parabola è chiaro che l'insegnamento del Buddha si propone di condurre l'uomo alla sicurezza, alla pace, alla tranquillità alla felicità, al conseguimento del Nirvana. Tutta la dottrina insegnata dal Buddha conduce a questo fine. Egli non ha detto cose solo per soddisfare la curiosità intellettuale. Fu un maestro pratico e insegnò solo quelle cose che portano pace e felicità all'uomo.
Una volta il Buddha si trovava in una foresta di alberi Simsapa a Kosambi- (vicino ad Allahabad). Prese alcune foglie in mano e chiese ai discepoli: "Che cosa pensate, bhikkhu? Quali sono di più? Queste poche foglie nella mia mano o quelle nella foresta qui intorno?"
"Signore, poche sono le foglie nella mano del Beato, in verità le foglie di Sirpsapa qui intorno sono molto più numerose".
"Proprio così, bhikkhu, di quanto ho conosciuto vi ho detto solo una parte; quello che non vi ho detto è molto di. più. E perché non ve l'ho detto? Perché non è utile ... e non conduce al Nirvana. Ecco perché non vi ho detto le altre cose." (33)
Riteniamo futile indagare su ciò che il Buddha conobbe e non ha detto, come invece cercano di fare senza successo alcuni studiosi.
Il Buddha non era interessato a discutere superflue questioni metafisiche che sono di carattere puramente speculativo e creano problemi immaginari. Egli le considera una landa desolata di opinioni'. Sembra che alcuni suoi discepoli non apprezzassero questo suo comportamento. Abbiamo l'esempio di uno di questi, di nome, Malunkyaputta, che pose al Buddha dieci domande classiche e famose su problemi metafisici e pretese delle risposte (34).
Un giorno Màlunkyaputta, alzatosi dalla sua meditazione pomeridiana, andò dal. Buddha, lo salutò, si sedette al suo fianco e disse: Signore, mentre ero tutto solo in meditazione, mi è venuto questo pensiero: ci sono dei problemi non spiegati, messi da parte e respinti dal Beato. E per la precisione: l'universo è eterno o non è eterno; l'universo è finito o infinito; l'anima è la stessa cosa che il corpo o l'anima è una cosa e il corpo un' altra; il Tathagata esiste dopo la morte o non esiste dopo la morte, o allo stesso tempo esiste e non esiste, o allo stesso tempo non esiste e né non esiste? Il Beato non mi ha risolto questi problemi. Questo comportamento non mi piace, non lo apprezzo. Andrò dal Beato e gli porrò queste domande. Se il Beato me le spiegherà, allora continuerò a seguire la vita santa sotto di lui. Se non me le spiegherà, io lascerò l'Ordine e me e andrò via. Se il Beato sa che l'universo è eterno, me lo spieghi. Se il Beato sa che l'universo non è eterno, lo dica. Se il Beato non sa se l'universo sia eterno o no ecc., allora per una persona che non sa, è onesto dire 'lo non so, io non vedo'".
La risposta del Buddha a Màlankyaputta farebbe del bene a molti milioni di uomini. di oggi che perdono tempo prezioso su questi problemi metafisici, causandosi, senza necessità, agitazioni mentali: "Ti ho mai detto, Malunkyaputta, 'Vieni Malunkyaputta, conduci la vita santa sotto di me, io ti spiegherò questi problemi?'" "No,signore".
"Anche ora, Malunkyaputta, io non ti dico 'Vieni e conduci la vita santa sotto di me, io ti spiegherò questi problemi' Se cose stanno così, o sciocco, chi rifiuta' e chi è rifiutato? (35).
Malunkyaputta se qualcuno dice: lo condurrò la vita santa sotto la guida del Beato finché egli non spiega questi problemi', quello può morire senza aver ricevuto una risposta in merito a questi problemi da parte del -Tathàgata. Supponi, Malunkyaputta, che un uomo sia ferito da una freccia avvelenata e che i suoi amici e parenti lo portino da un chirurgo. Supponi che l'uomo dica: "Io non voglio che mi si tolga questa freccia finché non so chi mi ha colpito, se è uno Khattiya (della casta dei guerrieri) o un Brahmana (della casta sacerdotale) o un Vessa (della casta dei commercianti e degli agricoltori) o uno Sudda (della casta inferiore); quale è il suo nome e quello della famiglia; se è alto, basso o di statura media; se la sua carnagione è nera, bruna o dorata, dà quale villaggio, paese o città egli proviene. Io non voglio che mi si tolga questa freccia finché non conosco il tipo di arco con cui quello ha tirato, il tipo della corda dell'arco usato, il tipo della freccia, quale sorta di penne sono 'state utilizzate per la freccia e di quale materiale è stata fatta la punta della freccia'. Malunkyaputta, quell'uomo morirebbe prima di conoscere qualcuna di queste cose. Proprio così, Màlunkyaputta, se uno dice: 'lo non seguirò .la vita santa sotto il Beato finché egli non risponde a queste domande (se l'universo è eterno o no ecc.), quello morirebbe senza che queste domande abbiano ricevuto risposta dal Tathagata".
Allora il Buddha spiegò a Malunkyaputta che la vita santa non dipende da questi giudizi. Qualsiasi opinione si abbia su questi problemi, esistono comunque la nascita, la vecchiaia, il decadimento, la morte, la sofferenza, il lamento, il dolore, l'afflizione, l'angoscia "la Cessazione delle quali (ossia il Nirvàna ) io proclamo in questa stessa vita".
"Quindi, Malunkyaputta, tieni a mente quello che ho spiegato perché l'ho spiegato e quello che non ho spiegato perché non l'ho spiegato. Quali sono le cose che non ho spiegato? Se l'universo è eterno o no, ecc. (quelle 10 opinioni), io non l'ho spiegato. Perché, Malunkyaputta, non l'ho spiegato? Perché è inutile, non è connesso con la vita santa e spirituale, non conduce all'avversione, al distacco, alla cessazione , alla tranquillità, alla penetrazione profonda, alla piena realizzazione, al Nirvana. Ecco perché non te ne ho parlato.
"E che cosa ho spiegato, Màlankyaputta? lo ho Spiegato il dukkha, il sorgere del dukkha, la cessazione del dukkha, e la via che porta alla cessazione del dukkha (36). Perché, Màlunkyaputta, li ho spiegati? Perché è utile, è fondamentalmente connesso con la vita santa e spirituale, conduce all'indifferenza, al distacco, alla cessazione, alla tranquillità, alla penetrazione profonda, alla piena realizzazione, al Nirvana. Perciò li ho spiegati" (37).
Passiamo dunque esporre le Quattro Nobili Verità, che il Buddha ha detto a Malunkyaputta di avere spiegato.
NOTE:
(1)Dhp. Xll 4.
(2)D II (Colombo, 1929), p. 62 (Mahàparinibbana-sutta).
(3)Tathàgata letteralmente significa "Colui che è arrivato alla Verità", o "Colui che ha scoperto la Verità". Questo termine è comunemente utilizzato dal Buddha quando si riferisce a se stesso o ai Buddha in generale.
(4)Dhp. XX 4.
(5)Sangha, lett. significa 'Comunità'. Ma nel Buddhismo questo termine connota 'la Comunità dei monaci buddhisti', ossia l'Ordine monastico. Buddha, Dhamma (Dottrina) e Sangha (Ordine) sono conosciuti come Tisarana, "i Tre Rifugi" o Tiratana (sanscr. Triratna) 'il Triplice gioiello'.
(6)D Il (Colombo, 1929). p. 62.
(7)A (Colombo, 1929), p. 115.
(8)Vìmamsaka-sutta, n. 47 dal M.
(9)I cinque impedimenti sono: (1) il desiderio dei sensi, (2) la cattiva volontà, (3) il torpore e il languore fisico e mentale, (4) l'agitazione e l'ansia, (5) il dubbio.
(10) D II (Colombo, 1929), p. 95; A (Colombo), p. 239
(11) Mahàvira, fondatore del giainismo, era un contemporaneo del Buddha e probabilmente era di pochi anni più vecchio.
(12) Upàli-sutta, n. 56 del M.
(13) Editto su Roccia, Xll.
(14) In India le capanne dei vasai sono spaziose e quiete. Nei testi pali si accenna ad asceti ed eremiti, come anche al Buddha stesso, che passano la notte in una capanna di vasaio durante il loro girovagare.
(15) E' interessante notare qui che il Buddha si rivolge a questo eremita dicendogli bhikkhu, che è il termine usato per definire il monaco buddhista. In seguito si vedrà che non è ancora un bhikkhu, né un membro dell'Ordine del Sangha perché chiese al Buddha di ammetterlo nell'Ordine. Forse al tempo del Buddha il termine 'bhikkhu' era usato talvolta anche per gli altri asceti senza distinzione, o il Buddha non era molto rigido nell'uso del termine. Bhikkhu significa 'mendicante', 'uno che elemosina il cibo' e forse è stato qui usato nel senso letterale e originale del termine. Ma oggigiorno il termine 'bhikkhu' è usato solo per i monaci buddhisti, specialmente nei paesi di tradizione Theravada come Sri Lanka (Ceylon), Birmania, Tailandia, Cambogia e Chittagong (Pakistan orientale).
(16)Nel capitolo della terza Nobile Verità, vedi p. 59.
(17) Il termine usato è Avuso che significa amico. E' un termine rispettoso per rivolgersi a un uomo di egual grado. I discepoli però non lo usavano mai quando si rivolgevano al Buddha. Anzi usavano il termine Bhante che approssimativamente significa 'Signore'. Al tempo del Buddha i membri del suo Ordine di Monaci (Sangha) si rivolgevano l'un l'altro con l'appellativo Avuso, 'Amico'. Ma prima di morire il Buddha diede ordine ai monaci più giovani di rivolgersi ai più anziani chiamandoli Bhante, 'Signore' o Ayasma 'Venerabile.'. Mentre i più anziani dovevano rivolgersi ai membri più giovani chiamandoli per nome o Avuso: 'Amico'. (D Il Colombo,, 1929, p.
95)Questa pratica è ancor oggi in uso nel Sangha.
(18) E' fatto assai noto che in India le vacche vaghino per le strade. Da questo accenno sembra che tale tradizione sia motto antica. In generale però le vacche sono docili e non selvagge o pericolose.
(19) Un arahant è una persona che si è liberata da ogni contaminazione e impurità come il desiderio, l'odio, la cattiva volontà, l'ignoranza, l'orgoglio, la vanità ecc. Egli ha conseguito il quarto cioè il più alto e definitivo stadio nella realizzazione del Nirvana ed è pieno di sapienza, compassione e di purissime e nobili qualità. Pukkusati aveva ottenuto in quel momento solo il terzo stadio che è tecnicamente chiamato Anàgami 'Colui che non ritorna'.
Il secondo stadio è chiamato Sakadagami, 'Colui che ritorna una volta', e il primo stadio è chiamato Sotapanna 'Colui che entra nella corrente'.
(20) Il Pilgrim Kamanita di Karl Gjellerup sembra essere stato ispirato da questa storia di Pukkusati. [Il Pilgrim Kamanita è un romanzo di autore danese scritto in tedesco e pubblicato per la prima volta nel 1903, n. d. T.].
(21)Abhisamuc, p. 6.
(22)Questo argomento è trattato in The Role of the Miracle in Early Pali-Literature di Edith Ludowyk-Gygmroi. Sfortunatamente questa tesi di dottorato non è stata ancora resa pubblica. Sullo stesso argomento si può vedere un articolo della stessa autrice in University of Ceylon Revieiv, Voi. 1, n. I (Aprile, 1943), p. 74 ss.
(23) Qui la parola saddha è usata nel suo senso popolare ordinario di 'devozione, fede, credenza'.
(24)S Il (PTS), p. 117.
(25)Ibid. III; p. 152.
(26)Per esempio S V, (F5), p. 423; III, p. 103; M III (PTS), p. i9.
(27)S V (PTS), p. 422:
(28)Canki-sutta, n. 95 del M.
(29)Sn (PTS), p. 151 (v. 798).
(30)Nel Mahatanhasahkhaya-sutta, n. 38 del M.
(31)M I (PTS),'p. 260.
(32)M.I.(PTS), pp. 134-135. Dhamma qui, secondo il commento significa sia i più alti conseguimenti spirituali, come anche le pure visioni e le idee. Ma anche l'attaccamento a queste, per quanto alte e pure possano essere dovrebbe essere abbandonato; quanto di più allora ci gi dovrebbe staccare dalle cose malefiche e cattive. MA II (PTS), p. 109.
(33)S V (PTS), p. 437.
(34)Cala -Malunkya-sutta, n. 63 del M.
(35) Cioè entrambi sono liberi e l'uno non ha obblighi verso l'altro.
(36) Le Quattro Nobili Verità sono spiegate nei quattro capitoli seguenti,
(37) Sembra che questo consiglio del Buddha abbia avuto l'effetto desiderato su Malunkyaputta, perché altrove viene riportato che quest'ultimo ritornò dal Buddha per avere delle istruzioni seguendo le quali divenne un Arahant. A (Colombo, 1929), pp. 345-346; S IV (PTS), p. 72 ss.
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